venerdì, agosto 01, 2008

La scomparsa delle donne

Sì, lo so che non è il genere di libro che dovrebbe stare in questo blog, ma io sono una donna e in quanto tale non è che sempre abbia voglia di ricoprire il ruolo della professionista in tailleur pantaloni, ligia al dovere e alle discussioni nell'ambito del mio lavoro...anche io leggo www.perezhilton.com, mi sono vista N volte Harry ti presento Sally e come lei ho desiderato la torta nuziale con la crema a parte.

Insomma, il punto è proprio questo: riconoscere la differenza di genere. Marina Terragni è incredibile, centra tutto: l'ansia da prestazione, la confusione dei sentimenti, i sensi di colpa e i sacrifici che una donna deve patire, anzi, che si impone di patire perchè i carnefici, come le vittime, siamo sempre e quasi solo noi stesse.

Tanto per ricondurre l'argomento alla mia esperenza di designer e forzarlo all'interno di questo spazio, vi racconto un aneddoto che fa capire quanta ansia da prestazione abbiamo e quanto ci fa star male questo senso di inadeguatezza perenne, in confronto agli uomini.

Quando sono entrata a far parte degli Specialist Macromedia, io e un'altra ragazza eravamo le uniche 2 donne all'interno di un gruppo di una quarantina di professionisti uomini. Per farci conoscere e integrare, Macromedia aveva organizzato un fine settimana in un agriturismo in Toscana. Io volevo morire: 40 professionisti completamente immersi in discorsi sulla grafica, sulla programmazione dalle 8 di mattina alle 24 della sera. Non capivo un termine, non coglievo neanche una frase, mi sentivo una deficente. Poi mi sono messa sotto, documentata, studiato, preso certificazioni che mi dessero sicurezza (cosa che pochissimi degli altri professionisti avevano), uno sforzo della miseria...ma la sensazione di essere una deficente era sempre lì al minimo errore.

Il problema, ora me ne rendo conto, è che sono diversa, siamo diverse...gli uomini possono stare 24 ore davanti ad un monitor e poi mettersi a pubblicare post sulle nuove feature del software XYZ...noi no. Noi abbiamo bisogno di spaziare, di interessarci a piu' cose, diamo molta importanza alle relazioni, ai sentimenti, ci occupiamo della cura del gatto, della casa, degli amici, dei figli, dei nonni. Non esiste un solo argomento a cui appassionarci, esiste un mondo. Cosa avrei dato per poter parlare di qualcosa di futile in quei tre giorni...che ne so il taglio di capelli di Jennifer Aniston...e invece no...sono stata lì a recitare la parte della designersotuttoio che stava sulle scatole già a me, figuriamoci agli altri.
Però nel mondo costituito ciò che paga sembra sia essere sempre lì "sul pezzo" (frase che mi fa orrore anche solo mettere nero su bianco), non che sei originale, particolare e differente.

Valutiamo la bravura di una persona dal tempo che ci spende a fare un lavoro quando invece in pratica è esattamente il contrario: i piu' in gamba risolvono i problemi in breve tempo, gli incompetenti rimangono inchiodati in eterno.


Altro punto. Le donne fanno figli, vero, ma mica da poco tempo cioè, dovremmo essere abituati a quest'idea, ormai è vecchia come il mondo, eppure è ancora un problema. Ora la mia proposta è questa, se io ho un figlio e invece di 14 ore a girarmi i pollici e fare finta di lavorare per compiacere eventuali manager, ne facessi 4 e tornassi a casa...non sarebbe un mondo stupendo? Se poi quelle 4 me le pagassero come un uomo medio, uno di quelli che leggono la Padania per le 8 ore lavorative e poi fanno gli straordinari pagati, non sarei stra-contenta?


E poi dobbiamo affrontarla e risolverla prima o poi questa paura che un figlio ci inchiodi a casa, coi bigodini e con la vita sociale ridotta alle 4 chiacchiere col macellaio. Ora, invece, la professionista media, molla il figlio alla filippina, entra in un posto squallido alle 9 esce alle 22 in tempo per dare il bacio della buona notte al figlio, e scambia 4 chiacchiere in chat con la collega di scrivania per non farsi beccare dal capo. Il tutto per uno stipendio che non equipara mai quello del piu' scarso tra i suoi colleghi uomini. Svegliamoci il maschilismo ha fallito, ma il femminismo non sta bene...pretendiamo il rispetto delle nostre differenze!

Di questo parla il libro di Marina Terragni, però, per fortuna, detto meglio. E parla della scomparsa delle donne...perché se lavoriamo 14 ore, non facciamo figli, parliamo solo di lavoro, andiamo in giro in gessato e imprechiamo come scaricatori di porto (che ormai sono educande in confronto a noi), non siamo donne, ma degli pseudo-uomini. E stiamo seguendo delle regole di uomini anche quando ci imbottiamo di silicone per assomigliare ad un ideale di donna che non è una donna, ma una pornodiva uscita da sogni erotici prettamente maschili. Dobbiamo tornare noi stesse. Essere orgogliose di quello che siamo. Rispondere "Eh 'mbeh?" quando ci fanno notare che non facciamo quello che gli uomini farebbero. Fregarcene della carriera, del dimostrare sempre quanto valiamo e del sentirci sempre fuori posto...solo allora faremo carriera, ci sarà riconosciuto un valore e ci integreremo.

Bellissimo e da leggere assolutamente, uomini o donne che siate perché il mondo (lavorativo e no) va troppo male...ci vuole di nuovo una sana visione della vita.

Titolo: La scomparsa delle donne. Maschile, femminile e altre cose del genere.
Autore: Marina Terragni
Anno: 2008
Editore: Mondadori

lunedì, giugno 02, 2008

Il computer invisibile.

Purtroppo, rispetto al precedente libro di Norman, "La caffettiera del masochista", non ho trovato questo né altrettanto interessante né tantomeno scorrevole anche se gli argomenti trattati sono piu' attuali e attinenti alla nostra realtà.

Innanzi tutto, Norman parte da un concetto: quello di trasformare il computer come è ora in tanti "infodomestici" separati con delle finalità precise, ad esempio, l'infodomestico per scrivere, l'infodomestico giardiniere, l'infodomestico dedicato alla fotografia ecc. e di rendere la loro tecnologia sempre piu' invisibile all'occhio umano, in modo che l'utente possa dedicarsi solo al risultato di ciò che deve ottenere.

L'idea è buona e giusta solo che viene riproposta in N varianti minimamente differenti per tutta la durata del libro. Al terzo capitolo che ripeteva lo stesso concetto (che ho sinteticamente riportato sopra!), ho cominciato a vacillare e a perdere il gusto della lettura.

Altri concetti che ritroverete piu' e piu' volte ripetuti sono: la dinamica di acquisizione degli utenti (quando esce una nuova tecnologia i primi utenti ad essere acquisiti sono i fanatici che sono interessati al maggiore contenuto tecnologico e alle migliori prestazioni, mano a mano che la tecnologia si stabilizza arrivano gli utenti della seconda ondata ovvero quelli che vogliono meno problemi e piu' affidabilità), l'ipotesi commerciale di successo sotto forma della metafora dello sgabello (il prodotto è rappresentato come una seduta di uno sgabello i cui tre piedi sono costituiti dalla tecnologia, dal marketing e dall'esperienza dell'utente e che devono essere di pari livello), l'idea che non sempre la tecnologia migliore sia quella che risulta vincente e diffusa tra gli utenti (in questo caso riporta N volte l'esempio del fonografo di Edison).

Due gli argomenti che mi trovano in estremo disaccordo.

Il primo, che una persona che lavora da vent'anni con i computer sia abile come un utente delle nuove generazioni. Purtroppo per Norman, la vita è implacabile e per quanto vuoi riuscire a tenerti al passo coi tempi, le nuove generazioni hanno uno sprint in piu' soprattutto in ambito tecnologico/informatico.

Lo dico in riferimento a quanto mi compete, è vero che io posso avere l'esperienza delle cose passate e i riferimenti per evitare eventuali problemi futuri, ma un adolescente di oggi ha di default un abilità con gli strumenti informatici che io, invece, sono riuscita ad acquisire solo con sforzo, tempo e sacrifici. E, quindi, molto probabilmente per gli adolescenti di oggi sarà uno scherzo usare sistemi complessi come i personal computer e gli infodomestici saranno strumenti limitati e dedicati ad un pubblico di senior (per intenderci, paragonabili a quello che è per noi oggi il Salvalavita Beghelli rispetto ad un comune cellulare). Pur non volendo affermare con ciò che non siano utili, anzi, ci saranno sempre persone che hanno bisogno di strumenti piu' semplici e usabili o comunque momenti e luoghi che non consentono un uso specifico e impegnato della tecnologia (ad esempio, se mi sta prendendo un infarto sarà sempre meglio avere un Salvalavita Beghelli che un cellulare!)

Il secondo, che impiantarsi un telefono nell'orecchio non è paragonabile ad inserirsi un pacemaker nel petto. Perché quest'ultimo è a scopo curativo, invece un telefonino in un'orecchio lo vedo un buon passo verso la demenza: anzi proporrei di porre fine a quest'era di gente incollata al telefono per dichiarare ufficialmente iniziata la nuova era della gente irreperibile per scelta! Il telefono è una schiavitù e, a questo proposito, ne approfitto per avvertire tutti quelli che mi conoscono che rispondo quando voglio e non richiamo le persone che mi telefonano poiché non sono stata io a cercarle.

In sintesi, è un libro che consiglio di leggere però con il metodo della lettura veloce, tanto se si salta qualcosa lo si ritrova qualche pagina più avanti.


Titolo: Il computer invisibile. La tecnologia migliore è quella che non si vede.
Autore: Donald A. Norman
Anno: 2005
Editore: Apogeo

domenica, maggio 11, 2008

Economia canaglia.

Cosa accomuna il crollo del muro di Berlino, il numero crescente di disoccupati, la prostituzione, il traffico di stupefacenti, Internet, la pesca illegale, la diffusione delle malattie, la pirateria e la pirateria del software, il surriscaldamento globale e la perdita di potere delle nazioni?

L'economia canaglia.

Un libro rivelatore questo scritto da Loretta Napoleoni, che si legge tutto d'un fiato e ti lascia stravolto.

Perché un fatto democratico, quale il crollo del muro, si è trasformato in un problema globale? Perché l'economia occidentale tende a creare denaro dal denaro producendo sempre meno ricchezza e benessere per tutti, ma arricchendo solo pochi speculatori? Perché la misteriosa bellezza orientale nasconde una mancanza totale di rispetto dei diritti umani, ambientali, etici? Perché le nazioni si preoccupano sempre di piu' di diffondere informazioni parziali, che stimolano il terrore, la paura e nascondono veri interessi e obiettivi discutibili? Perché le uniche organizzazioni che sono riuscite a sfruttare rapidamente i vantaggi della globalizzazione sono state le organizzazioni di natura criminale? Perché virtualmente anche Internet mostra questo aspetto abbietto dell'ordine mondiale? Perché l'unica risposta alla mancanza di una legislazione mondiale sembra essere quella di tornare ad un tribalismo feroce e senza regole?

Il film Matrix è niente al confronto: dopo la lettura di questo libro e di altri dello stesso genere che mi stanno coinvolgendo sempre di piu', guarderete il mondo con occhi diversi.

L'autrice però ci lascia una speranza, dice che le migliori e grandi rivoluzioni mondiali sono avvenute dopo periodi storici di grande caos. E questo è uno di quelli. Speriamo abbia ragione.

Titolo: Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale.
Autore: Loretta Napoleoni
Anno: 2008
Editore: Il Saggiatore

domenica, marzo 02, 2008

La caffettiera del masochista

Questo libro me lo avevano consigliato qualche anno fa, poi come al solito l'ho dimenticato e ora che mi sto interessando al design in genere (anche di tipo industriale) e all'usabilità delle applicazioni, naturalmente me lo sono ritrovato davanti di nuovo.

Ho scoperto, con grande sorpresa, che è un libro abbastanza datato, infatti è del 1988. Leggendolo, infatti, fanno sorridere alcuni concetti ormai del tutto superati come ad esempio lo studio di un rubinetto più funzionale: lo standard adesso è il classico miscelatore di acqua calda/fredda che con la rotazione gestisce il calore e con lo spostamento in alto o in basso della leva il volume dell'acqua.

Però, ci sono concetti che lo rendono comunque un libro interessante da leggere anche oggi: il problema della velocità dell'innovazione tecnologica di adesso contrapposta al perfezionismo dell'artigianato dei tempi andati, la questione dell'aumento esponenziale delle funzioni aggiuntive di qualsiasi tipo di prodotto da gestire in maniera usabile per l'utente finale, il fatto increscioso che un prodotto con un design innovativo molto probabilmente ha bisogno di almeno 5 rielaborazioni prima di raggiungere la sua forma di utilizzo ottimale, ma purtroppo l'interesse dimostrato dal pubblico alla sua prima uscita sul mercato ne determina il fallimento o l'eventuale investimento futuro.

Ma, soprattutto, il concetto cardine del libro è quello di cercare sempre di promuovere e creare un design che preveda l'errore. Infatti, invece di presupporre che l'utente sappia quello che fa, bisogna prevedere che non lo sappia affatto e che sia portato a fare errori, se noi come designer non gli imponiamo dei vincoli che lo costringano a effettuare una e una sola operazione in quel dato momento.

Incredibile è poi il fatto che ora le società cerchino evitare l'errore, poiché l'errore presuppone sempre una perdita di denaro. Infatti, la maggior parte dei disastri della storia, sono dovuti a quanto pare, a segnalazioni di un errore da parte di un sistema mal interpretate dagli operatori che, nel dubbio se eseguire una procedura straordinaria di sicurezza o far risparmiare dei soldi all'azienda, hanno pensato bene, per paura di ripercussioni personali, di procedere su quest'ultima strada.

E poi abbiamo i disastri aerei...


Titolo: La caffettiera del masochista. Psicopatologia degli oggetti quotidiani
Autore: Donald A. Norman
Anno: 1988
Editore: Giunti

Ancora dalla parte delle bambine

Un libro che all'apparenza non c'entra nulla col Web e invece no!

Perchè l'autrice esamina tutti i contesti in cui si trova a vivere la donna di oggi e, naturalmente, nella sua analisi non poteva mancare Internet. Ed ecco qua cosa ne esce fuori. Che siamo meno pagate sul lavoro, che abbiamo piu' probabilità di attirare frasi denigratorie sul Web, che veniamo importunate perfino su Second Life (incredibile!) e che riusciamo ad attirare l'attenzione on line solo se parliamo di sesso e ricopriamo la classica figura della donna trasgressiva e ninfomane.

Insomma, una bellissima immagine che devo dire posso certamente confermare. Ho ricevuto anche io le mie frasi di sufficienza soprattutto da colleghi maschi di pari livello al mio (se non inferiori) quando ho cercato di portare avanti delle idee scomode, continuo ad essere importunata su Skype tanto che ho dovuto scrivere che ho 80 anni e che lo uso per lavoro, che non parlo di sesso e quindi ho pochi (ma buoni) lettori.

Che dire poi della remunerazione lavorativa? Ogni volta che parlo di soldi con un uomo mi sembra di pronunciare delle bestemmie intollerabili. Hanno tutti quest'idea romantica della dama ottocentesca con la scriminatura dei capelli in mezzo alla testa e impettita sul suo divanetto damascato intenta a ricamare una cifra su una federa, che quando parliamo di lavoro si aspettano sempre che una donna lo faccia per hobby e che non voglia nessun compenso in cambio.

E poi quante donne diventano GURU di qualcosa sul Web? Nessuna. Di GURU uomini, invece, ce ne sono in abbondanza, esperti di tutto e di niente.

Leggetelo anche se siete uomini. Così quando vi capiterà di avere a che fare con una collega in una giornata NO, non darete scontatamente la colpa alla sindrome premestruale, magari vi sorgerà il dubbio che abbia dei buoni motivi che derivano da secoli di concezioni assurde sul ruolo della donna e sugli atteggiamenti che deve assumere anche sul lavoro per essere "tollerata" e non criticata.

Titolo: Ancora dalla parte delle bambine
Autore: Loredana Lipperini
Anno: 2007
Editore: Feltrinelli




sabato, giugno 23, 2007

Perché il software fa schifo...

Eh! Ce lo chiediamo tutti! E in parte ero giunta anche io alle conclusioni di Platt.

Un libro bello, interessante, convincente, che fa ridere ma non così tanto come c'è scritto nella quarta di copertina. In fondo dice quasi tutte verità c'è poco da ridere...

Verità numero uno: quando creiamo un software, una pagina web, un form per la raccolta dati, un aggeggio qualsiasi che serva all'utente comune per fare qualcosa, ci soffermiamo maggiormente sulla logica strutturale del software piu' che sulla semplicità di utilizzo per l'utente.

Verità numero due: io non sono l'utente e non so cosa l'utente vuole.

Verità numero tre: la sicurezza su internet resterà sempre un' utopia fin quando non terremo conto del fattore "post-it con le password attaccato al monitor" (per cui tutti quei sistemi di aggiornamento delle password semestrali sono del tutto inutili).

Verità numero quattro: bisognerebbe dare fastidio a chiunque crea del software scadente...dico bisognerebbe perché ciò vale per qualsiasi Paese del mondo eccetto l'Italia. Da noi è del tutto inutile.

Verità numero cinque: gli sviluppatori sono molto intelligenti ma usano sicuramente un cambio manuale (in Italia siamo tutti un po' sviluppatori!!!).

Verità numero sei: le donne sono esseri superiori, capiscono quando il gioco non vale la candela molto prima di qualunque uomo e soprattutto non esitano ad usare un cambio automatico.

Unica pecca di Platt: anche lui è uno smanettone troppo convinto, infatti il controllo dei codici a barre dei prodotti è uno strumento attualmente in uso e la coop dove vado io lo usa già da un paio di anni (sì ok il peso del carrello è una stupidaggine).

Da leggere sicuramente (capito Emanuele?!?!) soprattutto per avere il privilegio di possedere il libro dell'autore della mitica Legge dell'Esplosione Esponenziale delle Stime che ora appenderò nella mia postazione:

"Qualunque progetto software richiede almeno tre volte il tempo che hai stimato, anche se gli applichi questa legge".


Titolo: Perché il software fa schifo...
Autore: David S. Platt
Anno: 2007
Editore: Mondadori Informatica

giovedì, aprile 05, 2007

Architettura dell'informazione per il World Wide Web

Non posso nascondere che abbia faticato non poco per digerire questo libro, sicuramente molto interessante e che tocca tutti quegli argomenti che credo siano fondamentali per l'allestimento di un sito web di una certa dimensione.

Non poche volte sono andata a leggermi la definizione di TASSONOMIA...che non vuole tutt'ora entrarmi in testa...Cerco su www.garzantilinguistica.it e trascrivo, chi sa che non mi resti in mente una volta che la vedo fissata sul mio blog!

Tassonomia = non com. tassinomia, s. f. la disciplina che si occupa della classificazione e della nomenclatura degli esseri viventi e delle specie fossili: tassonomia zoologica, botanica (estens.) ordinamento sistematico.

Ecco, il libro da l'idea proprio di un trattato sui fossili, i due autori Luois Rosenfeld e Peter Morville classificano tutto, catalogano, sezionano, dividono, trovano un nome per ogni cosa, sembrano impegnati in un lavoro di catalogazione a priori su tutto quello che vedono, non solo sui contenuti di un sito web.

Naturalmente non posso essere d'accordo con il commento di Steve Krug alla fine del libro: è riduttivo dire che è "il miglior libro di web design in circolazione", ma del resto Steve Krug semplifica sempre molto le cose: il suo libro "Don't make me think" è il baluardo della semplificazione.

No, non è un libro di web design, è un libro che va oltre, che pone nuove questioni aperte, una fra tutte: ma ci sarà un metodo scientifico per catalogare questa mole di dati che ogni giorno ognuno di noi riversa nella rete? Ci sarà un giorno una figura professionale riconosciuta, che non sarà un web designer, nè un programmatore, nè un project manager, ma un architetto dell'informazione che non avrà altro scopo che quello di dividere, catalogare, gestire, classificare questa mole di dati e trovare sistemi facilitati in modo tale che in automatico i dati finiscano nel gruppo giusto, nella giusta sezione del sito, con il metadato corretto? E soprattutto, riusciranno le società a comprendere la necessità di questa figura professionale?

Non so. Per ora è difficile anche comprendere nel budget la figura del grafico, ma nel frattempo restiamo basiti ad osservare i nostri siti che cedono sotto la mole di informazioni mal gestite, con contenuti che trabordano da ogni singola popup realizzata all'ultimo minuto e per ripiego, che dopo due giorni sono scomposti e disordinati come se avessero due anni. Le informazioni, i racconti, i documenti, i video, le immagini e quant'altro ci stanno sommergendo come un fiume in piena e mentre annaspiamo cercando di vendere ancora altri contenuti UGC stiamo alimentando lo tsunami, ma nessuno vuole spendere una lira in più per arginare il disastro.

Da leggere per essere pronti a correre ai ripari.

Titolo: Architettura dell'informazione per il World Wide Web.
Autore: Luois Rosenfeld e Peter Morville
Anno: 2002 (seconda edizione)
Editore: Tecniche Nuove (collana Hops-Tecnologie)